Pioggia e Neve
La neve cade lenta fuori dalla finestra. A mano a mano
grandi fiocchi indolenti, pesanti ricoprono i rami del grande pino della casa
di fronte. Ho perso il conto delle ore, è molto tempo che sono qui, davanti
alla finestra, a guardare la neve cadere. Il mondo fuori, là dove la luce del
lampione delimita il bordo del mio giardino, sembra ostile. Chissà quanta ce ne
sarà domani. Per un attimo mi rendo conto dell’assurdità del pensiero, residuo
infantile dei pomeriggi passati ad aspettare che la neve ricoprisse il vialetto
di casa. Non mi importa quanta neve ci sarà domani. Non mi deve importare. Io
domani sarò già altrove. Intorno a me, librerie spoglie che paiono fissarmi con
sguardo indagatorio. Il divano, con i pochi cuscini rossi che ho trovato quando
sono arrivata qui, è rimasto vuoto, ancora l’impronta stropicciata dell’ultima
volta che si è seduto qui. Non ci sono quadri alle pareti. Non li ho più voluti
vedere dopo quel Giorno, così invece di aspettarmi in uno degli scatoloni
nell’ingresso, sono stati gettati via, e ora sono a ricoprirsi di neve chissà
dove.
Ho un ricordo vago del Giorno, lo chiamò così per non dover
pensare tutte le volte a ciò che rappresenta. Cadeva la neve come oggi, ma non
riesco ricordare molto di più. Non è passato molto tempo, ma il ricordo mi
sembra avvolto da una cortina impenetrabile, come se qualche strano meccanismo
di autodifesa lo avesse coperto da strati e strati ovattati, quasi di neve.
Vecchi abeti che gettavano le loro ombre sulla strada, bagnata dalla pioggia
serale, che goccia dopo goccia scioglieva inesorabilmente la neve. Quanto
l’odiavo quella pioggia da bambina: portava via con sè la possibilità di
restare a casa da scuola il giorno successivo ad una nevicata, le ore di giochi
fra i prati bianchi, la possibilità di fare un pupazzo di neve. Quanto l’ho
odiata da quella sera: ha portato con sè tutto il mio futuro, ha cancellato la
vita dai tuoi occhi, sparita ancora prima dei cumuli di neve a bordo strada.
Per tornare a vivere bisogna avere un valido motivo per
odiare o per perdonare e per troppo tempo non ho avuto nè l’uno nè l’altro,
persa nell’indifferenza che mi circondava come un muro di gomma, come un
assordante silenzio. Tornare a vivere negli stessi luoghi in cui fino a settembre
scorso eravamo insieme è più freddo e doloroso di quanto potessi immaginare, la
musica è assordante e le strade troppo
piene, nessuno sembra fare caso al dolore che sento, vorrei urlare di smetterla
mentre le risa che risuonano per la città stonano orribilmente con tutto il
vuoto che sento dentro. Mi alzo, cercando di riscuotermi da questi
pensieri, che si attaccano come uncini a
tutto ciò che incontrano, tirando giù con sè cuore e cervello, quasi a dispetto
mio che mi reggo in piedi. Afferro la giacca, che pende da sola da un
attaccapanni ormai vuoto, ed esco. La strada inizia a ricoprirsi di bianco, il
freddo umido è nell’aria del centro città. Senza pensarci mi infilo in un caffè
dei tanti, non ho voglia di stare sola con i miei pensieri un minuto di più.
Dentro l’atmosfera è accogliente, mentre sprofondo in una sedia un screpolata
mi guardo intorno. La vita sembra indifferente. Le poche persone che discorrono
lo fanno sottovoce, paiono non voler turbare la quiete pomeridiana di questo
pomeriggio invernale. Nessuno pare rendersi conto della mia presenza. Ancora
una volta, da quando non ci sei, sono sola. Così sola che mi chiedo se qualcuno
mai si ricorderà di me. Così sola che fa male. Mi prende una strana sensazione
alla gola, che pare dirmi “Non sarai mai più niente per nessuno. Avevi la tua
persona, ora non hai più niente”. Mi alzo di scatto, faccio per pagare, voglio
uscire di qui. Porgo i soldi al ragazzo alla cassa, non lo guardo nemmeno in
faccia. -Signorina- mi giro, non ho idea di cosa possa volere, -prenda un
biscotto, è in omaggio-. Instupidita lo prendo meccanicamente, è uno dei
biscotti che ti danno al ristorante cinese, la confezione è solo di un colore
differente. Vedo che aspetta che lo apra, come se potesse contenere chissà
quale rivelazione, così lo accontento. -Datti in altra possibilità-. Mi fa
strano, sembra l’abbia scelto apposta questo ragazzo dall’aria gentile, che ora
gesticola impacciato e non sa dove guardare. Lo guardo per la prima volta
davvero, mi sorride di sottecchi. Stranamente mi dà una strana sensazione
accogliente, un valore che pareva sepolto sotto strati e strati di neve. Esco
dal locale che dà su una strada semideserta. La luce di grigia di un pomeriggio
lattiginoso illumina due palazzi ai lati della strada, mentre larghe gocce
cadono sul manto sottile delle ore precedenti: subito inizia a colorarsi del
grigio del marciapiede, come uno strano mosaico antico. Pian piano, quasi in
silenzio, la neve scorre via verso un tombino, e questa pioggia pare lavare via anche i miei pensieri.
Elena Boggetti - IIIB Liceo Classico
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