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Economia al femminile: le donne nel campo economico



"La soluzione per l'uguaglianza di genere deve passare attraverso una trasformazione del mercato del lavoro". Questo ci dice Claudia Goldin, Premio Nobel per l'Economia 2023.

Goldin, nata a New York nel 1946, è un'economista statunitense e professoressa di Economia presso l'Harvard University, che nella vita ha anche ricoperto ruoli importanti presso il Nber (National Bureau of Economic Research), dove è stata co-direttrice del 'Gender in the Economy Study Group' e Direttrice del 'Development of the American Economy'.

La sua ricerca mette in evidenza come i salari e la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro siano influenzati significativamente dalla dinamica familiare, dalla presenza dei figli e dall'organizzazione stessa del lavoro.

Un aspetto intrigante delle sue ricerche è l'osservazione che la partecipazione delle donne nel mercato del lavoro segue una curva a forma di "U".

Durante l'epoca prevalentemente agricola, molte donne sposate erano già attive nel mercato del lavoro, ma spesso svolgevano professioni caratterizzate da un basso valore aggiunto e salari minimi. Durante la transizione dalla società agricola all'industriale verso la fine del XIX secolo, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro subì un significativo declino, in gran parte a causa delle influenze culturali e sociali dell'epoca. Questa fase di diminuzione fu seguita da un successivo aumento, in parte dovuto allo sviluppo del settore terziario e, in parte, grazie all'introduzione di innovazioni straordinarie, come la pillola contraccettiva, che consentì alle donne di gestire in modo più efficace la propria vita sia personale che professionale. Goldin ha dimostrato che la diffusione della pillola verso la fine degli anni '60 negli USA ha trasformato la situazione lavorativa delle donne giovani e non sposate: l'età media del matrimonio si è alzata, le prospettive di vita di molte donne sono cambiate, le donne in professioni di alto livello sono aumentate.

Secondo una statistica dell'Eurostat (dati del 2021), le donne lavoratrici nell’UE guadagnano in media il 12,7% in meno all’ora rispetto agli uomini. Nel nostro Paese il divario è del 5%, molto al di sotto della media europea. Ma c’è poco da celebrare: il dato non tiene conto di altri fattori determinanti che caratterizzano il nostro mercato del lavoro, come per esempio il tasso di occupazione femminile, le diverse qualifiche professionali e le specificità del settore pubblico e privato.

Le donne italiane, secondo un rapporto del Censis, rappresentano il 42,1% degli occupati complessivi del paese e il tasso di attività femminile è del 56,2% (gli uomini che lavorano sono il 75,1%). In Europa, la Svezia è lo stato con il più alto tasso di occupazione delle donne che raggiunge l’81,2%: l’Italia è all’ultimo posto della classifica.

Nel settore pubblico, dove il principio dell'uguale retribuzione per lavoro uguale è naturalmente più applicato, si registra una significativa presenza di donne. Separando i due settori, il divario retributivo di genere nel pubblico si attesta al 4,4%, mentre nel privato risulta notevolmente più elevato.

Il 'gender pay gap' fa nascere anche luoghi comuni: "le donne guadagnano meno perché svolgono lavori meno qualificati e quindi meno retribuiti" (e invece, in generale, più la qualifica professionale è alta, più il divario si allarga), “le donne lavorano part-time, è per questo che guadagnano meno” (sbagliato: il divario salariale tra uomini e donne si calcola su base oraria lorda. Inoltre, spesso le donne hanno bisogno del part-time per prendersi cura della famiglia), “gli uomini studiano di più, per questo fanno lavori più retribuiti” (peccato che oggi il 60% delle persone laureate in Europa sono donne. In Italia le laureate sono il 53% mentre i laureati sono il 47%).

"La soluzione per l'uguaglianza di genere non deve (necessariamente) includere un intervento del governo e non deve per forza venire da una maggiore responsabilità degli uomini a casa (anche se non farebbe male), ma deve venire da cambiamenti nel mercato del lavoro", dice Goldin.

E noi le diamo ragione.


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