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Ritorno alle origini




“Il progresso è la realizzazione di Utopia” diceva il grande scrittore Oscar Wilde. 

In parole povere, intendeva che ciò che ci sembrava impensabile un tempo ora è possibile grazie al miglioramento delle condizioni di vita e della tecnologia. Il termine “utopia” significa infatti una società caratterizzata da pace, benessere ed uguaglianza, tuttavia così straordinaria da essere irraggiungibile. Un sogno da lasciar perdere, insomma. Eppure, nel Neolitico, esistette una cultura del genere, infatti ne sono state trovate tracce in varie parti del globo, dato che ne sottolinea l’espansione, e i suoi usi e costumi ad oggi perdurano in alcune piccole comunità. Le studiose e gli studiosi definiscono tale società “Matriarcato”, in evidente contrapposizione con la vigente civiltà ad impronta patriarcale. A differenza di quest’ultima, l’antica civiltà matriarcale era contraddistinta da un’economia equa e solidale, quella che noi oggi definiremmo “sostenibile”. Grazie a questa gestione dei beni, tutti i membri della comunità godevano di una vita dignitosa e prospera, tanto che non esistevano gerarchie sociali e quindi divari di classe. Un’altra caratteristica era la totale uguaglianza tra le donne e gli uomini: le prime erano considerate figure di riferimento del clan, tuttavia, anche i maschi potevano assumere posizioni di leadership; inoltre, ancora oggi, in molte comunità matriarcali gli uomini sono tenuti ad aiutare la sorella con l’educazione e la crescita dei nipoti, dunque, entrambi i sessi sono ritenuti uguali nella gestione della famiglia e dei lavori domestici. La spiritualità si concentrava sulla devozione verso una Dea Madre, ossia una divinità femminile pacifica legata alla fertilità della terra ed ai cicli naturali ed umani, spesso rappresentata in statuette come la Venere di Willendorf. La figura della Dea Madre si riscontra in divinità provenienti da innumerevoli religioni, come l’andina Pacha Mama, la Dea dei Serpenti minoica e la buddhista Tara; oltretutto, parte del suo simbolismo è rimasto nel culto della Vergine Maria. Infine, il passaggio di beni era matrilineare, ossia l’eredità era di madre in figli/e, a differenza di molte civiltà del passato, in cui tutto il potere economico era concentrato nelle mani di quello che i Romani avrebbero chiamato Pater Familias. D’altronde, nonostante il miglioramento della condizione femminile nell’ultimo secolo e l’affermazione dei diritti delle donne, ai giorni nostri persino nei Paesi più sviluppati la differenza salariale tra lavoratrici e lavoratori è ancora notevole. Mediante questa breve descrizione, si capisce quanto la società matriarcale fosse all’avanguardia rispetto ai tempi odierni: pace, uguaglianza e rispetto verso la Natura erano la base su cui si appoggiavano queste popolazioni, valori che spesso vengono dimenticati. Per fortuna, alcune società matriarcali disseminate per il mondo continuano a tenere fede ai principi dei loro antenati: dai Mosuo situati sull’Himalaya cinese, fino all’etnia Akan in Ghana e ai costaricani Bribri, questi e tanti altri popoli danno vita ad un firmamento di culture millenarie e dal valore incommensurabile. In Europa, invece, possiamo trovare gli ultimi resti del Matriarcato soprattutto in Lituania, Lettonia ed Estonia, Paesi dove l’industrializzazione giunse molto più tardi rispetto agli altri Stati europei, permettendo così alle piccole comunità agricole di continuare a praticare le proprie tradizioni (fino al ‘900 esistevano ancora culti pagani). Non sorprende dunque che fu la Lituania a dare i natali a Marija Gimbutas (1921-1994), la principale archeologa che dette risalto alle teorie di un Matriarcato neolitico nate nell’800 e fino ad allora derise dalla comunità accademica. Gimbutas non solo condusse molti scavi, ma raccolse e registrò anche il folklore del proprio popolo, tramandato oralmente per migliaia di anni, trovando così le tracce di varie popolazioni matriarcali interconnesse diffuse in varie parti dell’Europa neolitica. Scoprì che queste civiltà intrattenevano rapporti diplomatici e si sostenevano reciprocamente mediante doni, segno anche di apertura mentale verso nazioni diverse. Esistevano persino delle “metropoli”, che potevano ospitare fino a 10.000 persone; inoltre, reperti come tavolette d’argilla per la scrittura ed esempi di scultura e pittura ci fanno intuire l’importanza dell’arte e della cultura. Alcuni ricercatori definiscono questa società un antenato del Commonwealth, che in inglese significa appunto “Ricchezza comune”. Tuttavia, niente è destinato a durare in eterno. Infatti, secondo Gimbutas, durante le invasioni dei popoli protoindoeuropei in Europa, una tribù chiamata Kurgan impose la sua cultura bellicosa e discriminatoria e assoggettò con la violenza le indifese comunità matriarcali, non avvezze alla guerra. Un processo simile accadde durante la colonizzazione del mondo da parte delle potenze europee, che conquistarono le culture autoctone preesistenti, spesso spazzandole via, come successe per gli Irochesi, nazione nativo americana di stampo matriarcale. Ancora oggi, nelle zone più turbolente del globo, si sta verificando una repressione del genere: un esempio sono i Kalash, popolo fieramente matriarcale sotto la continua minaccia dei talebani.

Ancora oggi, dopo millenni, risuona l’eco di questa cultura e nel nostro mondo, vessato da un clima di instabilità politica e sociale, nonché dall’inquinamento e dal riscaldamento climatico, i valori matriarcali, se studiati con mente aperta e evitando di strumentalizzarli per secondi fini, potrebbero indirizzare verso un nuovo modello di società civile in cui l’umanità può rinnovarsi e migliorare, progredendo verso un’utopia che finalmente si possa chiamare realtà. Tornare alle origini per illuminare il futuro, questa è la chiave.

N.G., 4B GINN.


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