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L'ORA DI GRECO

 L'ORA DI GRECO



    “E alla fine, un inverno, era arrivata quella cosa. Aveva appena compiuto sedici anni quando, di colpo, il linguaggio che la aveva imprigionata e torturata come un vestito intessuto di migliaia di spilli era sparito…

    Non pensava più in parole. Agiva senza parole, comprendeva senza parole. Il suo corpo era assediato dentro e fuori da un silenzio che risucchiava lo scorrere del tempo, un silenzio ovattato come prima di imparare a parlare - anzi, come prima di venire al mondo.”

    In una Seoul rovente e febbrile, una donna vestita di nero cerca di recuperare la parola che ha perso in seguito a una serie di traumi. Le era già successo una prima volta, da adolescente, e allora era stato l'insolito suono di una parola francese a scardinare il silenzio. Ora, di fronte al riaffiorare di quel mutismo, si aggrappa alla radicale estraneità del greco di Platone nella speranza di riappropriarsi della sua voce. Nell'aula semideserta di un'accademia privata, il suo silenzio incontra lo sguardo velato dell'insegnante di greco, che sta perdendo la vista e che, emigrato in Germania da ragazzo e tornato a Seoul da qualche anno, sembra occupare uno spazio liminale fra le due lingue. Tra di loro nasce un'intimità intessuta di penombra e di perdita, grazie alla quale la donna riuscirà forse a ritornare in contatto con il mondo.

    Non sappiamo, però, i nomi dei due personaggi che restano si identificano esclusivamente con i loro ricordi e le loro espressioni. Non riusciamo immediatamente a individuare il protagonista, ci sfugge continuamente eppure ci è sempre sotto gli occhi perché capiamo, a circa due terzi della lettura del romanzo che al centro vi è il linguaggio stesso, o meglio, il senso del linguaggio e l’uso che ne facciamo nell’ostinato sforzo di comunicare, di farci capire. L’uomo e la donna, quindi, sono solo funzioni narrative che potremmo riempire con tante altre vite, tante altre storie, perché ciò che interessa ad Han Kang, l’autrice de L’ora di greco, vincitrice del premio Nobel  per la Letteratura 2024, è mettere in luce la fatica del comprendere se stessi e gli altri e del lasciarsi conoscere. Il linguaggio è dunque un mezzo o un vincolo?

  'Quando pronuncio infine la prima sillaba, chiudo forte gli occhi prima di riaprirli. Come se mi preparassi a scoprire, nell’istante in cui li riapro, che ogni cosa è svanita”.

L.I., IIA Liceo Classico

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