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Il caso Malinin: la grandiosità dell’errore



Ilia Malinin, uno dei profili più discussi di questa Olimpiade Milano-Cortina 2026 sembrava rappresentare l’unica certezza del pattinaggio di figura. Lo statunitense sembrava avere già l’oro in mano. E’ un pattinatore fuori categoria, un fuoriclasse da escludere quasi dalla competizione: non ci sarebbe dovuta essere gara contro “il dio dei quadrupli”.

Figlio d’arte, è uno dei pattinatori statunitensi e sulla scena mondiale, più forti della nostra contemporaneità. Il ventunenne al debutto olimpico aveva già colpito la scena mondiale di questo sport, entrando nella storia per la complessità tecnica dei suoi programmi e per la costante volontà di infrangere ogni limite fisico finora conosciuto dalla disciplina. Lui incarna questa spinta verso l’impossibile.

Eppure venerdì 13 febbraio, la serata finale della sua olimpiade, si è trasformata nel suo peggior incubo sportivo. Sullo sfondo della Milano Skate Ice Arena, il prodigio americano, durante il programma lungo, ha mostrato tutta la sua umanità, fatta di imperfezioni, errori ed instabilità, che hanno infranto il sogno olimpico, portandolo all’ottava posizione.

Molti hanno parlato di pressione sociale, di peso mediatico, di fallimento olimpico. Nella narrazione del caso Malinin c’è, però, una grande assente: la filosofia dell’errore.

L’errore è da sempre parte costituente della natura umana, ci espone davanti alla nostra imperfezione. La filosofia antica a partire con Socrate e poi con Platone e Aristotele aveva colto questa dimensione: l’uomo tramite il tentativo diventa virtuoso, e nella strada verso l’eccellenza è costretto ad attraversare l’errore.

Nel pattinaggio l’errore è sicuramente ancora più drammatico; è pubblico, immediato, visibile. È una frazione di secondo in cui una perfetta coordinazione psicofisica si incrina. Millesimi che separano l’atterraggio perfetto dalla caduta, ma proprio in questa precarietà si manifesta l’essenza dello sport: il rischio. Non esiste grande impresa senza la possibilità concreta del fallimento.

Riprendendo ad esempio tra le righe la visione di Nietzsche, filosofo tedesco di metà ‘800, capiamo che l’errore è una condizione della grandezza umana. Sbagliare significa prendersi il rischio di spingersi verso il superamento continuo di sé. E’ il piccolo uomo a cercare sicurezza e comodità, il vero motore del mondo è la rigenerazione e con essa il rischio di distruggere vecchie certezze. Secondo Nietzsche bisogna vivere accettando l’incertezza come occasione di crescita, ed è questa forse la vera chiave di lettura del caso Malinin. L’atleta farà esperienza di questo errore, come punto di rigenerazione del suo stesso pattinaggio, tanti hanno speculato sul suo potenziale allontanamento dal panorama d'élite, ma c’è da ricordare che ciò che rende grande l’uomo non è l’assenza dell’errore, bensì il coraggio di spingersi oltre i proprio limiti. L’errore rappresenta il prezzo di questo stesso coraggio.

C’è qualcosa di più profondo nel tentare l’impossibile, Malinin ha costruito la sua carriera proprio su questa tensione verso il limite. Se il suo errore appare incredibile è perché lui stesso ha abituato il pubblico all'eccezionalità.

Dell’impresa olimpica di Ilia Malinin la sconfitta viene quasi oscurata dalla grandiosità del tentativo. Perché, in fondo, il contrario di errore non è perfezione ma immobilità. E chi non sbaglia mai, forse, non ha mai osato davvero.


L.B., 2A CLA.

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