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FRAMMENTI DELL’IO – Dove finisce il personaggio e inizia l’uomo

Ci sono volti che mostriamo al mondo e verità che restano dietro le quinte. Il cinema gioca da sempre su questa frattura, trasformando l’identità in una maschera: qualcosa che protegge, inganna e seduce.

Tra Mary Harron, Peter Weir e Stanley Kubrick emergono tre sguardi diversi ma complementari sul tema dell’identità come maschera, ma tutti mostrano che ciò che siamo non coincide davvero con ciò che mostriamo.


 AMERICAN PSYCHO

American Psycho (2000) è un film diretto da Mary Harron e tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis. Il protagonista, Patrick Bateman, è un giovane broker di successo nella New York degli anni ’80: elegante, ricco e curato in ogni dettaglio. All’apparenza incarna il modello dell’uomo vincente e sicuro di sé, simbolo del sogno americano. Dietro questa immagine perfetta però si cela una personalità vuota e frammentata. 

La vita di Bateman è una performance continua. Ogni gesto è studiato: il modo in cui si veste, i ristoranti che sceglie, i biglietti da visita, la musica che dice di apprezzare. 

Tutto è superficie.

 Il mondo che lo circonda, fatto di colleghi quasi indistinguibili tra loro, rafforza questa finzione collettiva: nessuno vede davvero l’altro, ma solo il ruolo sociale che interpreta. Questo è evidente nella celebre scena dei biglietti da visita, in cui i colleghi confrontano ossessivamente carta, caratteri e tonalità di bianco: un dettaglio minimo diventa misura del valore personale.

L’identità viene ridotta a oggetto estetico.

Infatti nel film l’unico protagonista indiscusso e solo e unicamente Bateman, poiché tutti gli alti sono privi di una profondità psicologica, ma solo uno sfondo nella relata perfetta dell’uomo

Le persone si confondono di nome e di persona per tutto il film, segno che l’individualità non è importante: tutti indossano la stessa maschera di successo.

La scena iniziale della routine mattiniera è uno strumento cinematografico chiave per capire la proiezione che Bateman ha di sé nel mondo. La sua preparazione, quasi ossessiva, mostra quanto per lui l’apparenza sia più importante dell’essenza. La sua identità non nasce da ciò che prova, ma da come vuole essere visto. 

Lo dice chiaramente in una delle frasi più significative del film: 

“There is an idea of a Patrick Bateman… but there is no real me”. 

All’esterno è un uomo sicuro, affermato e ben inserito nella società; all’interno, però, è freddo, violento e mentalmente instabile, incapace di apprezzare gli altri e anche se stesso. 

 “I simply am not there”

 Questa frattura tra esterno e interno si vede bene nelle scene sociali dove Bateman parla con sicurezza e fascino, mentre la voce fuori campo rivela distacco e disprezzo. 

La violenza è un elemento centrale del film, ma non è presentata solo per scioccare: ha un valore simbolico. Rappresenta il tentativo estremo di Bateman di provare qualcosa di reale in una vita dominata dalla finzione. In diverse scene, come l’omicidio di Paul Allen, la brutalità contrasta con il tono controllato e raffinato del protagonista. Questo contrasto rende ancora più evidente la doppia identità: uomo perfetto in pubblico, individuo fuori controllo nel privato. 

Spesso la violenza è accompagnata da discorsi banali sulla musica pop o sullo stile di vita, mostrando quanto la cultura superficiale e l’orrore convivono senza conflitto nella sua mente.

Allo stesso tempo, il film mantiene volutamente ambigua la verità degli omicidi. Alcune scene, come la scoperta dell’appartamento di Paul Allen perfettamente pulito o la telefonata di confessione ignorata dall’avvocato, fanno dubitare che tutto sia realmente accaduto. La violenza potrebbe essere in parte o totalmente immaginata. Questo rafforza il tema della finzione: anche gli atti più estremi potrebbero essere solo costruzioni mentali, parte della stessa maschera. Non serve stabilire cosa sia vero: ciò che conta è il vuoto che li genera.

Nel finale vediamo un uomo distrutto dal proprio “castello di carte”, ormai crollato, ma invisibile agli altri. Nessuno lo smaschera davvero, nessuno vuole vedere. Questo suggerisce che alla società interessa mantenere l’apparenza, non scoprire la verità.

Finché la maschera sociale regge, tutto continua normalmente.

 

 

    THE TRUMAN SHOW

Se l’identità umana è una maschera, quella di Truman Burbank è un’eccezione: è stata cucita addosso a tutti coloro che lo circondano a sua insaputa.

 

Il concetto della vita come finzione raggiunge il massimo del significato in questo film: non è il protagonista, Truman, a recitare una parte, la parte è proprio lui. Infatti Truman è l’unica persona reale, vive in un ecosistema di finzione, tutte le persone intorno a lui sono degli attori con un ruolo preciso.

 

Truman è la vittima di una finzione, di maschere imposte dal montaggio televisivo, si differenzia quindi da Patrick Bateman di American Psycho, che sceglie di fingere. L’identità di Truman è principalmente costruita su due principi: una routine rassicurante e delle relazioni travagliate. L’elemento fondamentale della sua routine è il “buongiorno”, che viene sempre ripetuto e ha un fine preciso: confermare la sua esistenza al pubblico.

 

 Per quanto riguarda le relazioni, invece, come ognuno di noi ha persone più vicine a lui, tra cui la moglie Meryl e l’amico Marlon. Questi sono i ruoli più importanti per non far crollare la finzione che Truman vive, infatti la moglie e l’amico riescono a manipolarlo con l’utilizzo dell’affetto, usato come strumento di controllo su di lui.

 

Il momento saliente del film si sviluppa quando la finzione non ha più potere su Truman e non riesce più a contenere l’animo umano.

La vera identità di Truman esce allo scoperto quando prendendo coraggio smette di essere un personaggio, un mezzo d’intrattenimento, e accetta di essere un uomo solo immerso nelle bugie. Questo passaggio avviene tramite una ragazza, Sylvia, che per la prima volta non si comporta da attrice con Truman ma tenta di aiutarlo, avvertendolo della vera realtà, perché Sylvia lo ama realmente.

 

L’identità di Truman non combacia con la sua finta vita e la finta città in cui vive, ma si trova nel desiderio di scappare da essa. 

Christof, il regista della finzione, cerca di persuadere Truman a restare, provando a convincerlo della malvagità e falsità della realtà esterna. Truman però si rende conto che è meglio vivere una verità dolorosa piuttosto che una finzione perfetta.

 

L’uscita finale di Truman non rappresenta soltanto la fine di uno show, ma la caduta della maschera che gli era stata imposta. 

 

 

    EYES WIDE SHUT

Truman esce dal set, Bateman viene distrutto dal suo stesso ruolo di attore, un altro film invece ci da una prospettiva diversa: Eyes Wide Shut, Kubrick spinge Tom Cruise, nei panni di un giovane medico, a chiedersi se esista davvero una vita oltre la finzione e se valga la pena combattere per togliersi la maschera. 

Il film si apre con una coppia newyorkese che torna da un ballo, sono Bill e Alice Harford, belli, benestanti e che conducono una perfetta vita di coppia. Kubrick in poche ore riesce però a distruggere questa felicità apparente, grazie a una discussione nata quasi per gioco dopo essere rientrati in camera da letto. Bill è convinto che il tradimento femminile sia meno probabile di quello maschile, Alice lo smentisce confessando di aver desiderato anni prima uno sconosciuto al punto da essere stata quasi pronta a lasciare marito e figlia. 

Bill quindi esce nel bel mezzo della notte, non per una sfuriata di gelosia, per la consapevolezza che l’immagine che si era fatto della sua vita, di sua moglie, della sua relazione era in realtà fragile e incontrollabile. 

 

Dopo l’incontro con un amico che gli rivela di una festa segreta in cui era stato assunto come pianista, Bill ha l’impressione di scivolare in un sogno lucido, irreale, che si prolunga per un’intera notte, ma che in realtà mette in scena tutta la verità che si nasconde sotto la finzione quotidiana.

Nella società segreta esistono ruoli, gerarchie, codici che Bill non capisce. Quella liturgia che inizialmente sembra estranea è in realtà lo specchio della nostra società fatta da maschere in cui, per la prima volta, si sente spaesato e viene scoperto dai membri della congregazione.

A salvarlo interviene una donna mascherata, una delle partecipanti al rituale, che si offre di “pagare” al posto suo. Si sostituisce a lui, chiedendo che venga lasciato andare. Ma una volta uscito, il dubbio che quello che ha vissuto sia stato solo un sogno viene subito smentito: una giovane donna, in cui lui riconosce la sua salvatrice, viene trovata morta per overdose, e il fatto che la sua tragedia venga archiviata come un episodio qualunque rivela la sproporzione tra chi comanda e chi invece può essere sacrificato.

 Listen, Bill. Nobody killed anybody. Someone died. It happens all the time. Life goes on. It always does, until it doesn’t.

La vita di Bill è costruita da ruoli che ognuno di noi assume per proteggersi e proteggere gli altri. Nella notte la verità gli viene presentata come un’allucinazione, un incubo, ma sotto la facciata di giudici, capi di stato, donne e uomini ci sono i membri della società segreta. Dopo una notte surreale e spaventosa Bill torna a casa. Tutto sembra essere tornato alla normalità: la città, la casa, sua moglie, ma lui sa di essere cambiato. La sua vita è rimasta così com’era, ma si è accorto della fragile menzogna nella quale ha vissuto fino a quel momento. Si accuccia ai piedi del letto, vicino ad Alice, e piange forse perché capisce che la natura dell’uomo, così come l’ha vista quella notte, è impossibile da sopportare. 

“Don’t you think one of the charms of marriage is that it makes deception a necessity for both parties?”

Il film si chiude quasi come è iniziato: con la coppia insieme, immersa nella loro intimità familiare, Bill e sua moglie insieme in un negozio di giocattoli. Bill osserva Alice, dopo tutto ciò che ha vissuto durante quella notte. Kubrick lascia volutamente aperta l’interpretazione di ciò che è cambiato realmente in Bill, ma l’ambiguità del finale e di tutta l’opera ci spinge a riflettere sull'idea che le maschere e i ruoli che loro due continueranno a recitare non sono inganni o strumenti distruttivi, come in American Psycho o The Truman Show. Sono protezioni necessarie che permettono di sopportare la complessità del mondo e di continuare a vivere. Kubrick non ci dice direttamente se la recita sia liberatoria o distruttiva: forse ci mostra che la vita va avanti solo per chi impara bene a recitare il suo ruolo.

L. M., C. R., M. B.

1B Classico

 

 

 

 

 

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