I ragazzi sono davvero conservatori?
Negli ultimi anni si è diffusa una percezione quasi controintuitiva della società: proprio mentre sembrava che il progresso dei diritti civili, dell’uguaglianza di genere e delle libertà individuali fosse ormai un processo irreversibile portato avanti sin dagli ultimi decenni del XX secolo, una parte consistente dell’ultima generazione sembra muoversi in direzione opposta, mostrando atteggiamenti più conservatori, talvolta più tradizionalisti e in alcuni casi apertamente patriarcali. Il fenomeno colpisce soprattutto perché arriva dopo decenni di lotte sociali combattute dalle generazioni precedenti, da genitori, zii e nonni di ogni componente della nuova epoca: i movimenti femministi per l’autodeterminazione delle donne, le battaglie per il divorzio e l’aborto, la conquista di diritti per le minoranze sessuali, le rivendicazioni studentesche e operaie, la progressiva critica all’autorità tradizionale e alle gerarchie di genere. Ci si sarebbe aspettati una linea evolutiva continua, quasi automatica, verso società sempre più egualitarie, grazie all’immensa influenza mondiale di queste conquiste. E invece, in molte parti d’Europa, d’America e di tutto l'Occidente, qualcosa sembra essersi quasi inspiegabilmente incrinato. Ma bisogna fare attenzione a non cadere in una lettura superficiale o moralistica di questo fenomeno: non siamo semplicemente davanti a una “gioventù che torna indietro”, ma piuttosto davanti a una generazione cresciuta in condizioni materiali e psicologiche profondamente diverse, che spesso interpreta il conservatorismo come una risposta al disordine, all’incertezza e alla disillusione. Una delle spiegazioni più convincenti riguarda infatti il rapporto tra sicurezza e valori. Le generazioni precedenti hanno potuto permettersi di lottare per l’espansione dei diritti in un contesto in cui, pur tra difficoltà e conflitti, esisteva spesso una prospettiva di miglioramento sociale: salari relativamente stabili, mobilità economica, accesso alla casa, fiducia nelle istituzioni e nell’idea di progresso. Chi nasce oggi, invece, cresce in un clima dominato dalla precarietà: crisi economiche consecutive, pandemia, guerre continue alle porte dei loro stati, inflazione. In un mondo vissuto come fragile e imprevedibile, il richiamo alla tradizione può diventare rassicurante. La famiglia tradizionale, i ruoli definiti, l’idea di ordine e di appartenenza assumono un valore simbolico che va oltre la semplice ideologia politica: diventano strumenti per ridurre l’ansia del presente. Questo ovviamente non significa necessariamente che i giovani siano tutti diventati reazionari, ma che alcune categorie culturali del passato riemergono come rifugio emotivo e identitario in anni di perdita della propria identità. Inoltre, il patriarcato contemporaneo non si presenta più sempre nelle forme classiche del padre autoritario o della subordinazione esplicita delle donne; molto più spesso assume sembianze attrattive e digitali. Sui social network proliferano figure maschili che propongono modelli fortemente gerarchici delle relazioni affettive e dei rapporti tra uomini e donne, promettendo sicurezza identitaria a ragazzi che percepiscono smarrimento, solitudine e perdita di ruolo. In molti casi, il successo di queste narrazioni nasce da una frustrazione reale: molti ragazzi crescono sentendosi privi di prospettive, economicamente bloccati e socialmente disorientati, pieni di pregiudizi proiettati su se stessi e sul prossimo e trovano in un linguaggio semplificato una risposta apparentemente chiara alle proprie paure.
Il messaggio implicito è quindi che il mondo è confuso perché sono saltati gli equilibri tradizionali, dunque bisogna recuperarli. È una visione riduttiva e spesso problematica, ma sarebbe ingenuo liquidarla solo come ignoranza o regressione culturale, pur non giustificandola. Ogni ideologia che attecchisce risponde sempre a un bisogno reale, anche quando propone soluzioni discutibili. Un altro elemento centrale riguarda il rapporto conflittuale con le generazioni precedenti. La generazione cresciuta negli anni Duemila ha ereditato un linguaggio dei diritti ormai istituzionalizzato universalmente, ma spesso lo percepisce come distante dalla propria esperienza concreta. Molti giovani osservano un apparente paradosso: vengono invitati a essere aperti mentalmente, inclusivi e meritocratici, ma contemporaneamente vivono in un sistema dove il merito sembra non bastare, dove comprare casa appare impossibile e dove il futuro sembra peggiore del passato. In questa frattura tra promesse culturali e realtà economica nasce spesso una reazione di rifiuto. È come se parte della generazione Z criticasse le precedenti per avergli raccontato il progresso ma per poi farli vivere nell’insicurezza del domani, senza speranze di miglioramento e con solo la consapevolezza di regresso. In questo senso, il ritorno di atteggiamenti conservatori può essere letto non tanto come nostalgia autentica per il passato, che molti non hanno mai conosciuto e di cui non sanno veramente niente, quanto come una protesta contro un presente percepito come fallimentare. Esiste poi una questione importante che riguarda la differenza di genere all’interno della stessa generazione.
Numerose analisi internazionali mostrano che tra giovani uomini e giovani donne si sta aprendo una distanza ideologica sempre più ampia: le ragazze tendono in media a posizioni più progressiste sui diritti civili e sull’uguaglianza, mentre una parte significativa dei ragazzi si sposta verso posizioni più conservatrici o identitarie. Questo fenomeno rende il dibattito ancora più complesso, perché non si tratta di una generazione compatta, ma di un gruppo attraversato da tensioni profonde. Parlare di “giovani conservatori” come categoria unica rischia quindi di essere erroneo: ciò che emerge è piuttosto una polarizzazione interna, alimentata dagli algoritmi sociali, che premiano contenuti estremi, divisivi e fortemente emotivi. La rete, invece di essere il luogo dell’emancipazione universale immaginato agli inizi, spesso diventa una macchina di radicalizzazione culturale. Tuttavia, molti giovani continuano a mobilitarsi per il clima, i diritti sociali, il benessere mentale e le disuguaglianze economiche, ma lo fanno spesso in modi diversi rispetto ai movimenti novecenteschi. Più che un ritorno puro e semplice al conservatorismo, forse stiamo assistendo a un riassestamento culturale: quando una società attraversa una lunga crisi, emergono inevitabilmente spinte verso l’ordine, la tradizione e l’identità. È accaduto molte volte nella storia. Le grandi avanzate progressiste non procedono mai in linea retta; avanzano, arretrano, si trasformano. Le conquiste delle generazioni precedenti non vengono necessariamente cancellate, ma rimesse in discussione, reinterpretate o ridefinite alla luce di nuove paure e nuove priorità. La vera domanda, allora non è se i giovani stiano diventando più conservatori, ma perché il mondo contemporaneo renda il conservatorismo di nuovo attraente proprio per chi avrebbe dovuto ereditarne il superamento. E forse la risposta più onesta è che nessuna generazione cresce nel vuoto: i valori non nascono spontaneamente, ma sono sempre il riflesso del tempo storico in cui si vive. Se il presente appare fragile, competitivo e disordinato, allora anche le idee di stabilità, autorità e tradizionepossono tornare a esercitare una mentalità tossica che sembrava definitivamente superata.
S. M. 2B Classico
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