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ADONE

Adone - Giambattista Marino



 

    Come ogni anno, all’avvicinarsi di giugno e quindi delle vacanze estive, la prima cosa a cui penso sono ovviamente i piani per le letture estive. Vado su Excel e creo una colonna per il titolo, una per l’autore, una per il numero di pagine, una per il formato, una per il commento e una per il tempo che ho passato leggendo quel libro. Quest’anno non ho ancora avuto modo per stipulare questa lista magica, che inevitabilmente non rispetterò, ma so per certo che voglio affrontare un’opera complessa, articolata, semi-sconosciuta e lunghissima.

    Vado davanti alla libreria e la passo al vaglio: Shantaram? No, troppo conosciuto. I miserabili? Quello meglio per l'inverno. La storia? Potrebbe fare al caso, ma non ne sono certa. L’Adone? Perfetto! Lungo, complicato, semi-sconosciuto e pure in rima. Ecco il prescelto per questa estate.

    L’Adone è uno dei poemi più lunghi della letteratura italiana e venne scritto da Giambattista Marino nel 1600 circa. Questi nacque a Napoli e venne svezzato non con passati di verdure o altre minestre che vengono somministrate a noi comuni mortali, ma con le poesie del padre, un giureconsulto che si compiaceva dell’arte poetica. All'inizio del 1853 suo padre, dopo avergli fatto studiare retorica e grammatica, lo instradò verso il diritto, che Marino abbandonò preferendo anch’egli la poesia. Ci si potrebbero aspettare ovazioni e applausi da parte del padre, ma si aspetterebbe invano, poichè questi cacciò suo figlio da casa, obbligandolo ad elemosinare un po’ d’accoglienza ad amici e mecenati. Sotto falso nome, si faceva chiamare Accorto, entrò nell’Accademia degli Svegliati di Napoli, alla quale era iscritto anche un certo Torquato Tasso. I primi componimenti risalgono a questi anni, come l’incarcerazione per motivi tutt'oggi sconosciuti. Da Napoli si trasferì a Roma e da Roma a Torino, dove lavorò presso i Savoia. Quivi rischiò di essere ucciso dal suo rivale Gaspare Murtola, poeta anch’egli. Nel 1615 si trasferì a Parigi, presso la corte dei Medici e quella di Luigi XIV e qui finì di comporre L’Adone. Morì a Napoli nel 1625.

     Ma il libro tanto agognato, vi starete di certo domandando. Ebbene, ecco anche quello.

    L’Adone è un poema pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1623 e composto da 40992 versi (5124 ottave) e diviso in 20 canti. Ogni canto è preceduto dagli Argomenti dell’amico Fortuniano Vitale e dalle Allegorie attribuite a Lorenzo Scoto, il cui fine è quello di sviscerare il significato morale del testo. Inoltre (chi l’avrebbe mai detto che siamo all’epoca del barocco?) Ogni canto si apre con un titolo e un proemio di sei ottave; fa eccezione il primo di dodici ottave.

     Dopo tutti questi preamboli, stupisce molto la semplicità della trama: Venere, per opera di Cupido, si innamora del giovane Adone. I due vengono sposati dal dio Mercurio e per il viaggio di nozze, invece del Messico, optano per l’isola della poesia, il giardino, dei sensi e i nove cieli. Ma Marte, marito di Venere, scopre il tradimento e fa fuggire Adone, catturato da Falsirena, una driade. Si libera tramutato in pappagallo e, riacquisite le sembianze umane,  torna da Venere, inconsapevole del fatto che la vendetta di Marte debba ancora iniziare. Quest’ultimo, insieme a Falsirena, coglie l’occasione dell’allontanamento della dea da Cipro, città di Adone, per aizzare contro lo sventurato innamorato un cinghiale e ucciderlo. Venere, per compiangere il suo amato spirato per mano di suo marito, ne trasforma il cuore in un anemone e indice per lui tre giorni di giochi funebri, al termine dei quali celebra un matrimonio.

    Chiaramente, il poema è infarcito di descrizioni (come quella nel sesto canto del giardino di Venere, a Cipro, di cui le rose sono protagoniste)e di digressioni (celebre è quella della gara canora tra un suonatore di liuto è un usignolo situata nel sesto canto) che assumono via  via importanza, ponendo al centro della narrazione la bellezza, le scoperte scientifiche (come il cannocchiale di Galileo Galilei del decimo canto) e la meraviglia.

    Per parlare dello stile e della lingua in cui è scritto questo poema, è bene appellarsi al Pozzi, critico letterario, che dell’Adone scrive: “[...] la narrazione è concepita come una macchina [...] la retorica, e soprattutto la metafora e l’antitesi, sono le due figure su cui la macchina retorica si fonda: [...]La struttura dell’Adone viene così a riflettere l'irrisoluzione dell’uomo seicentesco di fronte ai due modelli cosmici contraddittori, tolemaico e copernicano; ambedue erano, oltre che sistemi degli astri, visioni del mondo, ed ambedue davano nel loro genere una spiegazione totale della realtà”. Pozzi ipotizza, dunque, una struttura doppia , che dovrebbe simulare l’indecisione riguardo lo schierarsi dalla parte di Tolomeo o di Copernico riguardo i moti del Sole che pervadeva gli animi ai tempi di Marino. Per la lingua (non essendoci ancora una vera e propria lingua italiana) Marino adotta un modello linguistico lontanissimo da quello adottato dall’Accademia della Crusca e dal linguista Bembo, che consisteva in una specie di imitazione del modello trecentesco rintracciabile in Petrarca. Il nostro poeta decide, invece, di dar largo spazio a latinismi, tecnicismi e perfino elementi dialettali, ponendo ancora una volta al centro della sua opera la meraviglia.

    La stessa meraviglia che provo pensando che questo adorabilmente complesso libercolo mi terrà compagnia durante la stagione estiva. Chissà cosa avrà da insegnarmi, mi domando soppesandolo, tastandone la copertina rigida e sfogliandone alcune pagine. Forse, in un tempo in cui fermarsi pare un delitto capitale, un poema cinquecentesco può ancora parlarci, ispirarci ideali o la forza della meraviglia, quel concetto disseminato tra le pagine di questo poema, che vorrei disseminare anch’io, tra le pagine della mia vita.

 

G.R. VA ginnasio


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