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Afghanistan: il caso più estremo di regressione dei diritti femminili


Oggi ci sposteremo lontano dall’Europa, in particolare nel cuore dell’Asia centrale, in un Paese che negli ultimi anni è diventato simbolo della negazione dei diritti delle donne, l’Afghanistan. Dopo il ritorno dei Talebani al potere nel 2021, un gruppo responsabile di gravi violazioni dei diritti umani secondo Human Rights Watch, la condizione delle donne afghane è soggetta a una repressione sempre maggiore. In poco tempo hanno perso quasi tutto ciò che avevano conquistato con fatica negli anni precedenti. Oggi, l’ONU afferma che alle donne in Afghanistan è vietato andare a scuola e all’università, lavorare nella maggior parte dei settori, accedere a  spazi pubblici senza un uomo che le accompagni, e scegliere liberamente il proprio abbigliamento. Qui non si parla più solo di limitazioni, ma della cancellazione della presenza femminile nella società. Per questo l’ONU parla di “apartheid di genere”, un termine che descrive una discriminazione totale. 

Secondo l’UNICEF, tra il 60% e l’80% delle donne afghane è costretta ad un matrimonio forzato, spesso in giovane età. Queste inoltre hanno un rischio molto più alto di subire violenza fisica e sessuale, spesso già tra i 10 e i 14 anni. In media, una donna afghana ha sei figli, questo perché non ha accesso a educazione sessuale, contraccettivi o libertà di decisione. Però il dato più triste e sicuramente quello che riguarda la salute mentale: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il 95% dei casi di suicidio in Afghanistan è da parte di donne. Le cause principali riguardano: 

• violenza domestica ripetuta 

• matrimoni forzati 

• isolamento sociale 

• impossibilità di denunciare o divorziare


L’OMS ha descritto questa situazione come “una crisi umanitaria invisibile”. 

Tra il 2024 e il 2026, i Talebani hanno introdotto nuove regole molto severe, documentate da Amnesty International e UN Women. Le donne afghane non possono lavorare nelle organizzazioni non governative straniere, portando alla chiusura di molti servizi vitali. Le scuole per le ragazze sono state chiuse dopo la sesta classe, e secondo i dati UNESCO, l'Afghanistan è l'unico Paese al mondo in cui alle donne è vietato studiare oltre la scuola primaria. Le donne afghane affrontano anche problemi con l’assistenza sanitaria poiché non possono essere curate da medici uomini, ma non ci sono abbastanza medici donne considerato le restrizioni nell’ambito lavorativo. I Talebani controllano anche cosa indossano le donne, se  non indossano il velo possono essere punite venendo arrestate, frustate o percosse e allontanate dai luoghi pubblici e dal lavoro. Le donne non possono entrare in parchi, bagni pubblici, musei e ristoranti senza un uomo che le accompagni. Inoltre, i media gestiti da donne sono stati censurati e chiusi. Le restrizioni imposte dai Talebani non solo limitano la libertà personale, ma stanno distruggendo anche l’aspetto sociale ed economico del Paese. Secondo la Banca Mondiale, l’esclusione delle donne dal lavoro ha causato un crollo del PIL afghano. Ciò ha portato alla chiusura di migliaia di imprese femminili e la perdita di oltre un milione di posti di lavoro, aumentando la povertà estrema che oggi colpisce più del 70% della popolazione. Le donne, che prima contribuivano in modo significativo all’economia locale sono state completamente escluse. Questo ha reso l’Afghanistan uno dei Paesi economicamente più fragili al mondo.


Per agire riguardo a questo problema è stato creato il “Women’s forum on Afghanistan”, una piattaforma diretta da donne afghane insieme a donne provenienti da altre nazioni, per combattere tutti i divieti imposti a loro dai Talebani, come per esempio: il divieto di istruzione, di lavoro, di partecipazione alla vita politica, e più in generale il divieto alla libertà. Attraverso questa piattaforma le varie nazioni possono aiutare le donne Afghane in questa lotta. Il “WFA” utilizza quattro parole principali per descrivere la sua azione “Connect, Initiate, Influence, Impact”. Quattro termini chiave che segnano un processo a catena che potremmo riassumere così: connettersi con esponenti politici o associazioni di rappresentanti sparsi nel mondo, dare vita ad idee e progetti, influenzare compagnie che con un potere economico posso aiutare lo sviluppo di tali progetti e ottenere un impatto, un cambiamento riguardo al problema. Esistono diversi progetti per aiutare le donne Afghane anche in Italia come per esempio “Culture Builds the future” che ha offerto a dieci ragazze Afghane borse di studio e alloggio pagati per tre anni in Italia. Una di queste ragazze, Hasina Razma, ci racconta che nell’agosto del 2021, ad un solo semestre dalla laurea all’Università di Kabul in Scienze politiche delle relazioni internazionali, è stata evacuata in Italia, dove ha ricominciato da zero iscrivendosi all’università grazie a questo progetto. Ora Hasina è laureata in STEM a Torino. Purtroppo però le donne Afghane che sono violate della loro libertà sono un numero inquantificabile, e non tutte incontrano aiuti nel loro percorso, perciò è necessario che ad ognuna di loro venga dato un volto per potergli restituire un po’ di quello di cui sono state private. Zahra ha 14 anni, ama studiare ed eccelle in quello che fa, è una ragazzina con il sogno di crearsi una vita tranquilla, e poter studiare ciò che ama, ma il ritorno dei Talebani, le impedisce di realizzare questo progetto.  "Quando i Talebani hanno chiuso le scuole, compresa la mia, ho sentito che tutta la luce della mia vita si è improvvisamente spenta. Studiavo ogni giorno, e ora devo restare a casa, sentendo che il mio futuro mi sta scivolando via." Privare qualcuno dell’istruzione è un sopruso enorme. Nadia Nadim, ex ostetrica, quando i Talebani hanno vietato alle donne di lavorare negli ospedali ha aperto una clinica in casa sua, ed è diventata fondamentale offrendo servizi medici a donne e bambini, nonostante il rischio costante di essere per questo punita con la morte. Kubra è un medico, a cui è stato impedito di lavorare, di svolgere ciò a cui aveva dedicato la sua vita "Non mi è più permesso lavorare. La vita è difficile ogni giorno. Non abbiamo soldi, e passo le notti preoccupandomi nel capire se riuscirò a sostenere i miei figli. Questo fardello è troppo pesante da sopportare." ci dice la donna.  Tantissime donne al giorno d'oggi vengono private di diritti che dovrebbero essere naturali. Molto spesso la questione passa in secondo piano, non ce ne ricordiamo più perchè è sempre stato così, ed è una realtà lontana da noi. Ma quelle donne esistono, sono reali, e ogni giorno soffrono e combattono per la vita che dovrebbe essere loro garantita dal  momento della nascita. Per questo è importante parlarne, ammettere che il problema esiste ed è costante. Perché mentre noi andiamo a scuola o al lavoro e ci lamentiamo di una brutta giornata, dovremmo sempre tenere a mente che le opportunità che abbiamo per quanto dovrebbero essere scontate non lo sono. Perché dovremmo sempre tenere a mente che tutte quelle donne siamo noi, sono le nostre madri, sorelle, amiche, figlie. Dobbiamo lottare per loro per quanto ci è possibile, e una parte della lotta consiste proprio nel parlarne. Perché il silenzio è complice. Parlandone possiamo restituire a tutte quelle donne una parte della loro identità di cui sono state private.


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