DJANGO
Oltre Candyland: smontare il sistema della subordinazione
Django, uno schiavo afroamericano, viene “acquistato” dal Dottor Schultz mentre correva l’anno 1858.
Il Dottor Shultz è un tedesco di mezza età che svolge la professione di dentista. La sua vera identità non è quella di un uomo comune: il mantenimento effettivo di Shultz proviene dalla sua reale professione, il cacciatore di taglie.
Nel 1858 stava cercando tre criminali, che sapeva essere a contatto con le piantagioni di cotone, fulcro dello sfruttamento afroamericano.
Si interessa a Django perché riteneva che potesse aiutarlo nella sua impresa.
Subito emerge la scaltrezza del tedesco e la sua ampia mentalità, infatti dopo aver “acquistato” Django lo rende un uomo libero e insieme a lui lo divengono anche gli altri schiavi trasportati con il protagonista.
Shultz, siccome considerava Django un uomo libero, lo invitò da subito a salire a cavallo: questo gesto potrebbe sembrare banale ma per il tempo e il contesto del film è sicuramente rivoluzionario. Infatti al tempo non era comune la vista di un afroamericano a cavallo. Quando i due avventurieri entrarono in città gli abitanti rimasero sbalorditi, presi dal panico, in quanto la scena che stavano osservando era considerata un’anomalia.
La sella su cui Django sale è un forte simbolo di ascesa sociale negata: gli afroamericani venivano sfruttati per tutta la loro vita come schiavi, subordinati a ricchi proprietari terrieri, di cui il solo obiettivo era l’arricchimento personale.
Ormai libero, Django inizia a vivere e viaggiare con un uomo colto e sveglio, capace di seguire le tracce dei delinquenti ricercati, e che a sua volta insegna il mestiere a Django per andare a caccia di malviventi insieme. Il protagonista impara anche a scrivere e a leggere per merito del suo mentore: Shultz permette a Django di trasformarsi in eroe e smettere di essere una vittima, come vorrebbe invece il sistema in vigore.
La discriminazione razziale e di genere
Durante il viaggio Django e Shultz instaurano un vero rapporto di amicizia: Django si confida raccontando della moglie Broomhilda, da cui era stato separato dopo una tentata fuga insieme dalla piantagione.
La più spietata forma di discriminazione
Dopo svariate ricerche i due vengono a sapere che sia i tre ricercati sia Broomhilda si trovavano a Candyland, prosperosa piantagione di cotone in Mississippi e residenza di Calvin J. Candie.
Calvin J. Candie è un personaggio che simboleggia le caratteristiche dei ricchi proprietari terrieri dell’epoca: il suo fine ultimo era quello di potersi arricchire sempre di più e di poter vivere una realtà mondana. Candie era un grande esponente della cosiddetta lotta tra “mandingo”, ovvero il combattimento forzato tra schiavi afroamericani.
Anche in questo caso si parla di una forma di sfruttamento orribile, provocata dagli spietati padroni che pensavano a scommettere su persone obbligate ad uccidersi a vicenda.
La vendetta di Django e il ruolo delle donne
I viaggiatori escogitano una strategia per terminare l‘impresa di Shultz e per far ricongiungere Django al suo amore perduto.
Una volta entrati a Candyland, entrambi a cavallo, gli altri schiavi afroamericani non comprendevano che Django fosse un uomo libero, ma lui da subito riesce a far notare la sua forte posizione.
Dopo aver portato a termine l’obiettivo di Schultz continuano a mentire a Calvin J. Candie, con lo scopo di acquistare Broomhilda, per poi far vivere una vita da uomini liberi ai due innamorati.
Una volta trovata Broomhilda è evidente che nella piantagione stava subendo maltrattamenti e abusi, infatti non si trattava solo di un’afroamericana ma anche di una donna resa schiava. Le donne dovevano svolgere i loro lavori all’interno delle ville, e talvolta umiliate al punto da essere utilizzate come concubine.
Le donne sono sempre state considerate “inferiori” rispetto agli uomini e questa mentalità patriarcale veniva applicata maggiormente con le donne afroamericane, i cui diritti erano negati ulteriormente.
Dopo vari scontri con Calvin J. Candie, Django spinto dalla sua personalità audace ed eroica riesce a salvare Broomhilda e i due hanno la grande possibilità di riunirsi e ritrovare il loro amore.
C’È ANCORA DOMANI
Il film di Paola Cortellesi è un'opera potente e necessaria, capace di scattare una fotografia vivida dell'Italia del dopoguerra per parlare, in realtà, a tutte le generazioni contemporanee. La narrazione si muove con delicatezza e ferocia tra le mura domestiche di una Roma in bianco e nero, dove la discriminazione non è solo una legge non scritta, ma un'atmosfera soffocante che Delia respira ogni giorno.
La protagonista incarna la condizione di migliaia di donne dell'epoca, relegate a un ruolo di invisibilità sociale e sottomissione fisica, dove la violenza del marito Ivano viene normalizzata come parte di una routine quotidiana ineluttabile.
La discriminazione di genere in questo contesto non si manifesta solo attraverso i gesti eclatanti o i soprusi fisici, ma si insinua nei silenzi, nelle disparità salariali accettate con rassegnazione e nell'idea che il valore di una donna sia direttamente proporzionale alla sua capacità di servire e tacere. Delia è il simbolo di una pazienza che viene scambiata per debolezza, una figura che subisce il peso di una cultura patriarcale radicata che vede la figura femminile come un accessorio domestico privo di sogni o diritti propri.
Un esempio emblematico di questa dinamica si ritrova nella scena in cui Delia prepara meticolosamente la tavola per il pranzo: ogni gesto è misurato, ogni piatto posizionato con timore, quasi a voler prevenire con la perfezione domestica l'esplosione della rabbia del marito. In quel rituale quotidiano si percepisce come la casa, che dovrebbe essere un rifugio, sia in realtà il palcoscenico di una sorveglianza continua, dove persino il modo di servire la minestra diventa una questione di sopravvivenza e dove la discriminazione si palesa nella disparità di autorità tra chi siede a capotavola e chi, invece, consuma la propria esistenza in piedi o nell'ombra.
L'emancipazione silenziosa e il potere del cambiamento
Tuttavia, sotto la superficie di questa apparente accettazione, pulsa un desiderio di riscatto che non cerca la vendetta violenta, ma la costruzione di una dignità nuova. Il percorso di riscatto personale di Delia non segue i binari classici della fuga individuale o dell'eroismo plateale; si tratta piuttosto di una rivoluzione silenziosa e collettiva. La forza del personaggio risiede nel trasformare la propria sofferenza in un atto di protezione verso la figlia Marcella, cercando di spezzare la catena di un destino che sembrava già scritto e che avrebbe condannato anche la ragazza a un matrimonio basato sul medesimo squilibrio di potere.
Il riscatto finale, che culmina in un gesto civico di enorme portata storica, eleva il film da dramma familiare a manifesto politico. La scelta di Delia rappresenta la transizione da oggetto della storia a soggetto attivo, capace di autodeterminazione. Non è solo la liberazione da un marito tiranno, ma la conquista di una voce che ha finalmente il diritto di contare.
Attraverso questo passaggio, il film ci ricorda che il riscatto personale è indissolubilmente legato alla conquista dei diritti fondamentali, suggerendo che la vera libertà inizia quando una donna comprende che il proprio destino non appartiene a nessun altro se non a se stessa.
CONSIDERAZIONI
Abbiamo deciso di trattare questo macro-argomento con due film ben distinti, “Django”, un film prodotto da Quentin Tarantino, violento e crudo e “C’è ancora domani”, l'esordio della Cortellesi come regista, quasi romantico nella sua drammaticità.
Questa scelta è voluta.
Ci sembrava opportuno rappresentare due realtà distinte ma accomunate dallo stesso disagio, la discriminazione e l’esclusione sociale.
C.R. e M.B.
1B Classico
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