Avete mai sentito parlare di Ortensia? Non intendo il fiore, bensì una delle prime oratrici a noi note: una donna eloquente ed audace, che nel 42 a.C sfidò i triumviri Ottavio, Marcantonio e Lepido a difesa di millequattrocento Matrone romane.
Ma andiamo con ordine. Il 42 a.C non fu affatto un anno tranquillo per Roma; nel 44, infatti, Giulio Cesare venne ucciso per mano di una congiura guidata da Bruto e Cassio: ora, la Caput Mundi stava per essere travolta dalla guerra civile tra i cesaricidi, nel frattempo rifugiatisi in Oriente, ed il nuovo triumvirato, assetato di vendetta per l’omicidio di Cesare e formato da Marcantonio, Ottaviano e Lepido.
Per tutti i Romani era ormai chiaro che quello scontro avrebbe deciso la sorte della Repubblica ed attendevano col fiato sospeso le prossime mosse delle due fazioni. Roma si preparava alla guerra e, si sa, per combattere è necessario denaro. Un mare di denaro. Perciò, in quel periodo la priorità dei triumviri era scovare un modo per finanziare rapidamente le attività belliche; alla fine, presero una decisione secondo loro risolutiva: imporre un tributo “speciale” a ben millequattrocento Matrone romane (NB: le Matrone erano le mogli dei cittadini romani liberi, di solito appartenenti ad uno status sociale elevato).
Ebbene, avvenne qui il colpo di scena della vicenda, che probabilmente lasciò di stucco la maggior parte degli uomini: le donne si rifiutarono di obbedire e si organizzarono politicamente per impedire la tassazione. Ad onor del vero, non era la prima volta che le Matrone si riunivano a fini politici e sociali, tuttavia quell’evento può essere considerato come una vera e propria ribellione al potere patriarcale. La ragione del rifiuto fu chiarissima: l’ulteriore tassa avrebbe di fatto privato le donne dell’indipendenza economica di cui ancora godevano; molte di loro, dopo aver già perso padri, mariti e fratelli in una delle ennesime guerre, sarebbero finite sul lastrico. In sostanza, il tributo avrebbe messo a morte la loro libertà. Così, le axitiosae (“agitatrici”, termine con cui si indicavano le donne mobilitatesi a rivendicare i propri diritti) chiesero aiuto nientemeno che a Fulvia, moglie di Marcantonio. D’altronde, la tradizione conferiva alle Matrone l’importante funzione di mediatrici con i mariti. Di tutta risposta, Fulvia cacciò di casa le agitatrici come fossero impazzite. Non c’è da stupirsi, infatti ancora oggi la nobildonna è ricordata come una delle più fedeli e valenti sostenitrici di Marcantonio.
Allora, le Matrone si rivolsero agli avvocati di Roma, coloro che facevano dell’ars oratoria un mestiere: anche questi le respinsero, forse perché troppo vili per schierarsi al fianco delle agitatrici. Fu in questa drammatica situazione che entrò in scena Ortensia, oratrice.
Si potrebbe definire Ortensia una “figlia d’arte”: sua madre si chiamava Lutazia, invece suo padre era Ortensio, insigne avvocato romano nonché uno dei principali avversari di Cicerone. Lutazia ed Ortensio decisero di dare alla giovane figlia un’istruzione di alto livello, cosa insolita per le ragazze del tempo, permettendole così di portare avanti l’attività paterna e diventare avvocato a pieno titolo.
“Una donna avvocato!” avranno esclamato i tradizionalisti sapendo della nuova mossa delle agitatrici “Cosa ci tocca vedere, il mondo è impazzito!”. In realtà, Ortensia non fu la prima donna latina a svolgere la funzione di legale. Lo storico Valerio Massimo, nel suo Fatti ed eventi memorabili, non solo cita Ortensia, ma anche le figure di Mesia Sentinate e Gaia Afrania: la prima si difese con successo nel processo in cui fu imputata, mentre la seconda si presentava spesso e volentieri in tribunale per proteggere i propri interessi economici. Tutte e tre le oratrici, tuttavia furono causa di scandalo (Valerio Massimo, addirittura, ci va giù duro ed arriva a definire Afrania un “mostro”). Il motivo di tale “disgusto”? Ortensia, Mesia ed Afrania, facendo sentire la propria voce in presenza delle massime autorità romane infransero il silenzio imposto alle donne dalle Mos maiorum, le tradizioni degli antenati, regole non scritte della società romana.
E’ importante notare come l’eloquenza, così come il coraggio e la forza, erano visti come pregi riservati ai maschi; le donne si dovevano rassegnare alla muta obbedienza. Esisteva persino una dea del silenzio, la dea Tacita: nata naiade, dopo aver rivelato alla sorella le insistenti avances di Giove, infatti, il padre degli dèi le strappò la lingua per vendicarsi ed ordinò a Mercurio, qui in veste di psicopompo, di scortarla negli Inferi; tuttavia, durante il viaggio Mercurio si approfittò del mutismo della naiade e le fece violenza: da quello stupro nacquero i gemelli Lari, spiriti protettori della casa e della famiglia, portando anche alla divinizzazione della madre. Ci sarebbe ancora molto da dire su Tacita, dea legata al passaggio tra vita e morte; tuttavia, il suo mito dimostra l’importanza che i Romani attribuivano al silenzio, mentalità condivisa anche dai Greci. “Alle donne il silenzio reca grazia” sentenziava senza mezzi termini Sofocle.
Tra ribellioni inaspettate, crisi di coscienza e prese di posizioni femminili, Ortensia riuscì a tenere un’orazione pubblica a Roma a cui avrebbero assistito Ottaviano, Lepido e Marcantonio, Finalmente, era giunto il momento di dimostrare la fondatezza della sua tesi ed impedire la tassazione: il verdetto avrebbe cambiato la vita delle millequattrocento Matrone, e tutto dipendeva da Ortensia. Intitolò il suo discorso Pro Mulieribus, “A difesa delle donne”, e, dinanzi agli uomini più potenti di Roma, cominciò a parlare.
Tutti i presenti non poterono credere alle proprie orecchie. Ortensia era dotata di un’eloquenza fuori dal comune, una sicurezza tangibile ed un’acutezza cristallina: innanzitutto, giustificò la sua presenza nel foro ricordando il mancato appoggio delle mogli dei triumviri e ribadì lo sui iuris, ossia il diritto per le donne di difendersi personalmente in caso di assenza di un’autorità maschile in accordo con il Mos maiorum: placò così le critiche dei tradizionalisti. Ma il vero punto forte del suo discorso fu una legittima domanda “Perché dovremmo pagare le tasse e finanziare la vostra guerra se non abbiamo nessuna voce in capitolo nel governo, nessuna carica e nessun ruolo nei pubblici uffici?.”. In una sola frase, Ortensia racchiuse la lotta secolare delle donne per affermarsi come cittadine pensanti ed attive, libere dal volere famigliare, dal giudizio e dal silenzio.
Il Pro Mulieribus ebbe successo. I triumviri, persuasi dalle parole dell’oratrice, imposero la tassa solo a quattrocento Matrone, facenti parte dell’èlite più ricca di Roma. Noi moderni conosciamo l’esito della guerra civile: nella battaglia di Filippi, Cassio e Bruto furono sconfitti; alcuni anni dopo, Ottaviano e Marcantonio si scontrarono per il potere su Roma, decretando il futuro del primo come Imperatore.
Ortensia, invece, scosse la società romana ed aprì la strada per l’avvocatura femminile. La sua lotta è ancora oggi oggetto di studi e dissertazioni, tanto rivoluzionaria che lo scrittore Quintiliano, oltre un secolo dopo, elogiò la sua orazione scrivendo con stima che “è letta non solo per fare onore al suo sesso”.
La sua figura ricorda per certi versi l’irriducibile Lidia Poët (1855-1949), prima donna iscritta all’Albo degli Avvocati in Italia, e l’avvocata Tina Lagostena Bassi (1926-2008), coautrice della storica Legge contro la Violenza sessuale del 1996, che cambiò radicalmente la tutela delle vittime di stupro nel sistema legale italiano.
Donne illuminate e tenaci, fonti di ispirazione e speranza per le ragazze ed i ragazzi determinati a cambiare il mondo in meglio.
N.G., 4B GINN.

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